Descrizione
La chiesa delle Sante Maria e Tecla, detta anche chiesa della Vergine, è un'opera moderna di Giovanni Michelucci, alla periferia sud-est di Pistoia, in piazza della Vergine. Non è una chiesa che si visita per gli affreschi: è un edificio sobrio e originale, di mattoni, cemento e pietra, da vedere per capire come ragionava un grande architetto del Novecento.
Michelucci, pistoiese, era l'architetto che con il Gruppo Toscano aveva vinto nel 1933 il concorso per la stazione di Santa Maria Novella a Firenze. Nel 1947 ebbe l'incarico di ricostruire una chiesa distrutta dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, in un posto nuovo, accanto al cimitero della Vergine.
La prima idea era audace: un edificio che sembrava instabile, con la facciata inclinata verso l'interno e il tetto piegato verso il presbiterio. Lo stesso Michelucci, con ironia, la definì «geniale». Le critiche arrivarono subito: le forme sembravano ambigue, e la chiesa piccola.
Con pochi fondi statali il progetto cambiò più volte, e nel 1950 fu approvata la versione finale, «di spirito francescano». Prevalse l'essenzialità: una semplice, alta aula, paragonata a quella delle chiese degli ordini mendicanti e in particolare al fianco di San Domenico a Pistoia.
Fuori, su un alto zoccolo di cemento armato rivestito di pietra grezza, si alzano pareti di mattoni scandite da lesene. Il telaio di cemento armato resta in vista e divide la cortina di laterizio: è il vero protagonista dell'edificio, e si ripete dentro, nelle capriate del tetto.
La luce entra da feritoie e alte finestre, soprattutto nell'abside e nei transetti. Accanto alla chiesa, isolato, si alza il campanile, che ripete in un disegno essenziale l'alternanza di pietra rustica, cemento armato e mattoni.
I lavori cominciarono nel 1954 ma si fermarono quasi subito: l'impresa temeva che la volta pesasse troppo. Ripresero nel 1955 con capriate di cemento armato al posto della volta, e la chiesa fu finita un anno dopo.
Il progetto fu presentato nel 1957 sulla rivista L'architettura, con un articolo dello stesso Michelucci, e la critica ha sottolineato spesso il rilievo che vi assume la struttura portante nel percorso dell'architetto.
Michelucci, pistoiese, era l'architetto che con il Gruppo Toscano aveva vinto nel 1933 il concorso per la stazione di Santa Maria Novella a Firenze. Nel 1947 ebbe l'incarico di ricostruire una chiesa distrutta dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, in un posto nuovo, accanto al cimitero della Vergine.
La prima idea era audace: un edificio che sembrava instabile, con la facciata inclinata verso l'interno e il tetto piegato verso il presbiterio. Lo stesso Michelucci, con ironia, la definì «geniale». Le critiche arrivarono subito: le forme sembravano ambigue, e la chiesa piccola.
Con pochi fondi statali il progetto cambiò più volte, e nel 1950 fu approvata la versione finale, «di spirito francescano». Prevalse l'essenzialità: una semplice, alta aula, paragonata a quella delle chiese degli ordini mendicanti e in particolare al fianco di San Domenico a Pistoia.
Fuori, su un alto zoccolo di cemento armato rivestito di pietra grezza, si alzano pareti di mattoni scandite da lesene. Il telaio di cemento armato resta in vista e divide la cortina di laterizio: è il vero protagonista dell'edificio, e si ripete dentro, nelle capriate del tetto.
La luce entra da feritoie e alte finestre, soprattutto nell'abside e nei transetti. Accanto alla chiesa, isolato, si alza il campanile, che ripete in un disegno essenziale l'alternanza di pietra rustica, cemento armato e mattoni.
I lavori cominciarono nel 1954 ma si fermarono quasi subito: l'impresa temeva che la volta pesasse troppo. Ripresero nel 1955 con capriate di cemento armato al posto della volta, e la chiesa fu finita un anno dopo.
Il progetto fu presentato nel 1957 sulla rivista L'architettura, con un articolo dello stesso Michelucci, e la critica ha sottolineato spesso il rilievo che vi assume la struttura portante nel percorso dell'architetto.